puttane

Aveva capito con le puttane non mentono mai, nonostante la vulgata affermi il contrario. Donne, sono donne. Ma con una mente più duttile, con una capacità di fingere che rende ogni smorfia il calco della verità. Ma quale verità può uscire fuori dalla bocca di una puttana? Nessuno cerca un vero conforto nelle stanche braccia di una ragazza che si guadagna da vivere nel modo che ha scelto. Ma l’uomo, sempre più stupido, pretende quello che già ha e lo paga più o meno profumatamente.

Si, aveva capito tutto ciò eppure, nel contempo, faticava a rendersi conto che stava fallendo mirando all’animale fermo. Chi corre è vivo, pensò, ed io adesso sono stanco.

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Susy e Hugo

Hugo si affacciò preoccupato alla finestra e stava piovigginando. Non amava uscire e men che meno quando il cielo bigio si siede comodo sull’asfalto. Ma era già tardi e le probabilità di risolvere la questione  scarsissime, meglio avviarsi allora.

Decise si indossare i suoi soliti abiti consunti: un paio di jeans grigi e la maglietta nera con la stampa degli APHEX TWIN  e avviarsi svelto verso il luogo dell’appuntamento, piazza della misericordia. Ma non era un appuntamento. Quest’ultimo presuppone un affare di cui le parti vogliono delineare i contorni. Si trattava, invece, del diktat di una donna stupida e livida che chiedeva le solite spiegazioni a domande trite.Almeno così credeva Hugo.

Doveva essere l’ultima volta che si vedevano.

La Susy correva veloce, e come correva! Sembrava un algido furetto: gli occhi strabuzzati e i capelli che svolazzavano elettrizzati dalla guazza. Ma era tardi, troppo tardi.

Susy e la sua pretesa oscena di raddrizzare la rotta, la pretenziosità puerile dell’obiettivo, l’inconsapevolezza idiota di una ragazza intelligente.

Lui era già partito col suo carico di lancinanti rimorsi e di mesti ricordi, e una piccola valigia. Una storia spietata la loro. Cominciata per sbaglio (come tutte le storie d’amore) e continuata, in quei lunghi anni, nello stesso monotono modo.

“Che cos’è il grottesco?” – si chiese Susy – e poi si rispose – “credo sia la rappresentazione dei luoghi comuni”;

“Dicevano che dovesse nevicare e invece è saltato fuori un bel sole di gennaio. Un bel momento” -,  pensò Hugo “per scappare”.

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Braccato

Io sono un braccato, un latitante, un reietto, un fuggitivo. Qualcuno direbbe un non-uomo, libero di non poter essere libero, libero di spostare il proprio corpo consunto dalla fame in posti in cui si presuma i carcerieri non mi troveranno.

A volte, spero, di poter essere catturato dai miei folli inseguitori ed essere punito. Perchè di una feroce e repentina fustigazione avrei bisogno. Avrei necessità di perdere il corpo e trovare la libertà dell’oblio. La felicità, agro-dolce, di essere dimenticato, di non appartenere alla memoria di nessuno. Sasso roteante calciato da un bimbo in fondo al dirupo, questo vorrei essere.

I miei aguzzini però non hanno fretta di realizzare la mia cattura: sanno aspettare il momento giusto, cioè quello casuale del mio sempre più imminente errore, del piede messo in fallo, dell’olezzo inebriante di una donna che ammansisca, per fugaci momenti, la mia necessità di stare sveglio e dritto, dietro una porta, coll’orecchio che scruta le onde di silenzio. Notte e giorno, sempre.

La voglia di essere puniti, da chi non era nemico, e la fiera necessità di rendere difficile la mia cattura. Vanità delle vanità.

Braccato. Cani che t’inseguono e cercano, nell’aria satura di fetore industriale, molecole del tuo tanfo, del tuo odore umano, alla ricerca insistente d’addestrati di particelle emesse dal tuo fetido respiro caldo.

Il braccato non si lava, non ne ha bisogno. Non vuole apparire e lo sporco, il terriccio fine che si deposita sull’epidermide anticipa la polvere della sepoltura. Il braccato perde il ricordo della motivazione che ha insanguato gli occhi dei carnefici.

Non è importante, per la coscienza sporca, il grado della colpa. Chi scappa dimentica e vorrebbe essere dimenticato.

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Il solito treno

Il solito treno da vent’anni. Lo stesso. Quello delle 7,40. Gente sempre uguale e gente sempre diversa: i treni dei pendolari sono così. Io sono grasso, la pancia prominente. I denti cominciano inesorabilmente a perdere lo smalto e tendono ad opacizzarsi,  lo strabismo miopico diverge un occhio dall’asse. Questo sono io. Poi sale lei. Una delle tante. Si siede proprio davanti a me, lato finestrino. Non mi guarda e la guardo: è bellissima. Forse, no. Non è bellissima. In questi casi qualcuno definisce la tipa con il temine interessante. Aggettivo, quest’ultimo, col quale si definisce una donna non bella che mantiene la prerogativa di essere scopabile.

L’interesse dell’uomo, in questi casi, di congiungersi carnalmente con una donna, permane.

Lei guarda fuori dal finestrino. Osserva la piana monotona: villette, concessionarie, capannoni industriali, allevamenti discreti di suini, sfasciacarrozze che impilano le vetture come muretti a secco.

Un cesso qua e là: perché?

Mi guarda. Mi osserva? Spero non sia un’associazione di idee. Anzi, lo è. Ne sono sicuro. Bisogna che dica qualcosa, devo affrontare la paura atavica di rivolgere la parola agli estranei. In realtà, ormai da tempo, evito di colloquiare anche con quelli che conosco.

Mi giro dall’altra parte e mi mangiucchio le unghie.

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A babbo morto

Anche io, un giorno, sarò un babbo morto. Un ricordo ingombrante che i miei figli terranno in soffitta, indecisi se affidarlo, per pochi centesimi, al triste rigattiere di passaggio o lasciarlo pusillanimamanete lì, nel fetido anfratto, a marcire tra umido e tarli.

Il ricordo del padre è affidato, talvolta, a qualche stanco aneddoto, spesso ridicolo, mai interessante: l’assurda pretesa dei figli di rendere memorabile ciò che dovrebbe essere semplicemente rimosso.

Qualche buona battuta riciclata e reinterpretata dai figli e qualche foto sgualcita e sfocata dentro un cassetto che si stenta a riaprire perchè cicatrizzato.

Il padre è quello che ha sempre sbagliato, uno stratega senza mappa che spaccia prospettive di vittoria su fronti che lui stesso ha fittizziamente disegnato. Ma il padre è pregno, per sua natura, di buona fede. E il male che infligge è solo la bastonata di un cane al suo padrone.

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proprio vero: resta una eterna notte da dormire

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e dopo ancora mille e dopo cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

-catullo-

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mangiare arance

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