FUNAMBOLI

Si sentiva più a proprio agio a camminare trepidante lungo la tesa fune che lega un giorno all’altro. Un piccolo passo dietro l’altro, senza fretta e preciso. Le vibrazioni, quelle ci sono sempre, servono (eccome!) a valutare la forza di tensione dei tiranti. Ma non poteva tornare indietro e il capo girarlo solo di qualche grado. Il cielo azzurro lo osservava solo per qualche secondo per goderne l’azzurro terso e la brezza leggera che lo spazzava dolcemente. Mai guardava in basso, mai.
Iin basso c’è il volgo, la gente, i cani che abbaiano e i bimbi che ridono, i fiacconi che trastullano le chiavi di una casa che non hanno e donne che imbellettano la propria solitudine.

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cuore

Quale ragione permette al cuore di ritrovare, dentro alla più intricata delle matasse il proprio bandolo? Quale sono le ragioni che permettono al cuore di ritrovare in mezzo ad un pagliaio, l’ago che nessuna ha perso?

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La vita va vissuta.

Un tizio amava andare spesso lunga la strada che non porta da nessuna parte.
Un percorso non breve e non lungo. Dipendeva dall’umore che metteva nello spingere i passi, dalla bellezza dei suoi pensieri, dalla rabbia delle sue recriminazioni, dai progetti di vendetta, dall’astio che diluiva nei suoi ragionamenti, dalla cupidigia dei suoi soliloqui e da mille altre ragioni.
L’arrivo, del suo percorso lineare, era sempre il punto di partenza.
Non aveva mai capito perché, quale fosse la ragione che lo portava a ritrovarsi, ogni volta sempre più vicino, mentre lui voleva solo scappare.
Ci pensava e si allontavava, credeva di aver capito e si ritrovava sull’uscio della sua povera casa. Così smise di pensare e di recriminare e non lo ritrovarono mai pù.

 

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Dietro ogni speranza

Dietro ad ogni speranza, c’è un sogno che spinge
Capì ben presto che chiuso in una stanza
Ero come un pittore cieco, che non dipinge
Capì, con grave patimento, che nella rabbia tutto si stinge
E poi non una ma cento angosce
A cui la memoria bizzarra attinge
Adesso, e non è mai il momento, appoggio al tavolo il mento.

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puttane

Aveva capito con le puttane non mentono mai, nonostante la vulgata affermi il contrario. Donne, sono donne. Ma con una mente più duttile, con una capacità di fingere che rende ogni smorfia il calco della verità. Ma quale verità può uscire fuori dalla bocca di una puttana? Nessuno cerca un vero conforto nelle stanche braccia di una ragazza che si guadagna da vivere nel modo che ha scelto. Ma l’uomo, sempre più stupido, pretende quello che già ha e lo paga più o meno profumatamente.

Si, aveva capito tutto ciò eppure, nel contempo, faticava a rendersi conto che stava fallendo mirando all’animale fermo. Chi corre è vivo, pensò, ed io adesso sono stanco.

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Susy e Hugo

Hugo si affacciò preoccupato alla finestra e stava piovigginando. Non amava uscire e men che meno quando il cielo bigio si siede comodo sull’asfalto. Ma era già tardi e le probabilità di risolvere la questione  scarsissime, meglio avviarsi allora.

Decise si indossare i suoi soliti abiti consunti: un paio di jeans grigi e la maglietta nera con la stampa degli APHEX TWIN  e avviarsi svelto verso il luogo dell’appuntamento, piazza della misericordia. Ma non era un appuntamento. Quest’ultimo presuppone un affare di cui le parti vogliono delineare i contorni. Si trattava, invece, del diktat di una donna stupida e livida che chiedeva le solite spiegazioni a domande trite.Almeno così credeva Hugo.

Doveva essere l’ultima volta che si vedevano.

La Susy correva veloce, e come correva! Sembrava un algido furetto: gli occhi strabuzzati e i capelli che svolazzavano elettrizzati dalla guazza. Ma era tardi, troppo tardi.

Susy e la sua pretesa oscena di raddrizzare la rotta, la pretenziosità puerile dell’obiettivo, l’inconsapevolezza idiota di una ragazza intelligente.

Lui era già partito col suo carico di lancinanti rimorsi e di mesti ricordi, e una piccola valigia. Una storia spietata la loro. Cominciata per sbaglio (come tutte le storie d’amore) e continuata, in quei lunghi anni, nello stesso monotono modo.

“Che cos’è il grottesco?” – si chiese Susy – e poi si rispose – “credo sia la rappresentazione dei luoghi comuni”;

“Dicevano che dovesse nevicare e invece è saltato fuori un bel sole di gennaio. Un bel momento” -,  pensò Hugo “per scappare”.

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Braccato

Io sono un braccato, un latitante, un reietto, un fuggitivo. Qualcuno direbbe un non-uomo, libero di non poter essere libero, libero di spostare il proprio corpo consunto dalla fame in posti in cui si presuma i carcerieri non mi troveranno.

A volte, spero, di poter essere catturato dai miei folli inseguitori ed essere punito. Perchè di una feroce e repentina fustigazione avrei bisogno. Avrei necessità di perdere il corpo e trovare la libertà dell’oblio. La felicità, agro-dolce, di essere dimenticato, di non appartenere alla memoria di nessuno. Sasso roteante calciato da un bimbo in fondo al dirupo, questo vorrei essere.

I miei aguzzini però non hanno fretta di realizzare la mia cattura: sanno aspettare il momento giusto, cioè quello casuale del mio sempre più imminente errore, del piede messo in fallo, dell’olezzo inebriante di una donna che ammansisca, per fugaci momenti, la mia necessità di stare sveglio e dritto, dietro una porta, coll’orecchio che scruta le onde di silenzio. Notte e giorno, sempre.

La voglia di essere puniti, da chi non era nemico, e la fiera necessità di rendere difficile la mia cattura. Vanità delle vanità.

Braccato. Cani che t’inseguono e cercano, nell’aria satura di fetore industriale, molecole del tuo tanfo, del tuo odore umano, alla ricerca insistente d’addestrati di particelle emesse dal tuo fetido respiro caldo.

Il braccato non si lava, non ne ha bisogno. Non vuole apparire e lo sporco, il terriccio fine che si deposita sull’epidermide anticipa la polvere della sepoltura. Il braccato perde il ricordo della motivazione che ha insanguato gli occhi dei carnefici.

Non è importante, per la coscienza sporca, il grado della colpa. Chi scappa dimentica e vorrebbe essere dimenticato.

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