A babbo morto

Anche io, un giorno, sarò un babbo morto. Un ricordo ingombrante che i miei figli terranno in soffitta, indecisi se affidarlo, per pochi centesimi, al triste rigattiere di passaggio o lasciarlo pusillanimamanete lì, nel fetido anfratto, a marcire tra umido e tarli.

Il ricordo del padre è affidato, talvolta, a qualche stanco aneddoto, spesso ridicolo, mai interessante: l’assurda pretesa dei figli di rendere memorabile ciò che dovrebbe essere semplicemente rimosso.

Qualche buona battuta riciclata e reinterpretata dai figli e qualche foto sgualcita e sfocata dentro un cassetto che si stenta a riaprire perchè cicatrizzato.

Il padre è quello che ha sempre sbagliato, uno stratega senza mappa che spaccia prospettive di vittoria su fronti che lui stesso ha fittizziamente disegnato. Ma il padre è pregno, per sua natura, di buona fede. E il male che infligge è solo la bastonata di un cane al suo padrone.

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proprio vero: resta una eterna notte da dormire

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e dopo ancora mille e dopo cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

-catullo-

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mangiare arance

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Un altro Natale

Dopo vent’anni passati nella plaga reggio-modenese, dopo vent’anni a frequentare numerose fabbriche metalmeccaniche e dopo tanti anni a sopportare burini incravattati, bestemmiatori compulsivi, mitomani coprofili, tornitori geniali, dirigenti semi-analfabeti, poeti dello schiamazzo, petomani impegnati nel volontariato, masturbatori conto terzi,  culturisti dediti allo spaccio.

Ecco dopo aver sopportato tutta questa varia umanità, simpatica dopo tutto, relativamente bonaria, insolente perché educata, un’umanità pronta a morire pur di apparire viva,  e poi – dimenticavo – una sterminata moltitudine di riformatori di architetture istituzionali, di delatori di corna d’avorio, di fumatori di hascish del sabato sera e di pederasti affittuari di deretani altrui, di fanciulle di cattiva famiglia ma di ottime compagnie, di osservatori di offerte seriali, di terroni per sbaglio e allo sbaraglio, di “capo, mi serve un livello, un coltello, un bordello e una donna che dopo tutto mi capisca”, che in fondo in fondo sono delle persone perbene, che gli scheletri nell’armadio li hanno tutti sepolti in cantina, ecco, dopo tutto ciò, ho ancora la voglia di dirvi BUON NATALE!

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Maledetti i lunedi.

Ancora un giorno perso. Come tutti i giorni in cui non si è riso (avrebbe detto il saggio).

Ma non c’è alternativa.

Si ci annoia perchè si è noiosi. Ma la noia appartiene agli dei e ai viziati.

Domani è lunedi.

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Il paradosso della comunicazione

… è da un po’ di tempo che non scrivo nulla. Non ho nulla da dire. Dunque, scrivo che non ho nulla da scrivere: un bel paradosso! Esiste un’altra forma di inquinamento: quello da scrittura non letta. Tutti scrivono, da quando esistono i social network, le stupidaggini che passano loro per la testa, sicuri di non essere letti: un altro paradosso. Quante cose facciamo-diciamo-scriviamo nella certezza che non raggiungeranno mai l’altra riva della comunicazione. Questo alleggerisce gran parte dell’angoscia di dover scrivere cose intelligenti. Sparare nel mucchio, sperando che qualcuno venga attinto dall’essenza di quello che vorremo dire, certi che nessuno puo’ comprenderne il significato “mistico” ; ancora un paradosso! Insomma, una cosa ve la voglio proprio dire: buona estate!

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Il figlio Assente

Proprio l’altro giorno riflettevo sulla frase ” … ti succederanno cose che mai erano passate per la tua testa…”. E’ proprio così. Poi ho anche riflettutto sull’incapacità di accettare la realtà e sulle manovre “diversive” che la mente compie per rimuovere il dolore. Proprio ieri, quando era necessaria la massima concentrazione e una grandissima partecipazione emotiva, la mia mente mi ha detto di fare delle cose “oggettivamente” stupide. Volevo evitare il dolore “inevitabile”. E come un bambino cercavo dei “giochi” per “distrarmi”. Cercavo il padre che mi tappa le orecchie per non farmi sentire le grida di strazio. Cercavo la carezza della mamma che asciuga le lacrime. Ma nessuno dei due era lì. Ed io ero il figlio “assente”.

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